Marco Polo 1.7

Maria Antonietta Siancalepore

Marco Polo: La Via della Seta lo porta in Cina…
LE STORIE dei Polo di un viaggio fino al lontano Catai, l’odierna Cina, sembrarono incredibili ai loro contemporanei. Le memorie di Marco Polo, raccolte in un libro intitolato prima Descrizione del mondo e poi Il Milione, parlavano di civiltà sconosciute dai tesori favolosi, ricche di prodotti ricercatissimi dai mercanti occidentali. Il libro ebbe un’enorme influenza sulla fantasia popolare. Entro 25 anni dal ritorno di Marco Polo ne esistevano versioni manoscritte in franco-italiano, francese, latino, toscano, veneziano e probabilmente in tedesco: un successo senza uguali nel Medioevo. Il libro fu copiato a mano per due secoli e dal 1477 ha continuato a essere stampato in molte lingue. Probabilmente Marco Polo è l’europeo più famoso che abbia mai percorso la Via della Seta fino in Cina. Perché fece quel viaggio? E si può credere a tutto quello che sostenne di aver visto e fatto?

Mercanti di Venezia
Nel XIII secolo molti mercanti veneziani si stabilirono a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, e accumularono ingenti ricchezze. Fra loro c’erano Niccolò e Matteo Polo, padre e zio di Marco. Verso il 1260 essi vendettero le proprietà che avevano lì, investirono il ricavato in gioielli e partirono per la capitale del khanato occidentale dell’impero mongolo: Saraj, sul Volga. Gli affari andarono bene ed essi raddoppiarono il capitale. Siccome la guerra impedì loro di tornare a casa, si diressero verso Oriente, probabilmente a cavallo, e raggiunsero la città di Buchara, un importante centro di scambi commerciali dell’attuale Uzbekistan.

Le agitazioni li trattennero lì per tre anni finché non passarono da Buchara dei messi che si recavano da Qubilai, Gran Khan di tutti i mongoli, i cui domini si estendevano nell’area che oggi andrebbe dalla Corea alla Polonia. I messi invitarono Niccolò e Matteo a unirsi a loro, dato che, stando al racconto di Marco Polo, il Gran Khan non aveva mai visto dei “latini” (intendendo probabilmente abitanti dell’Europa meridionale) e sarebbe stato felice di parlare con loro. Dopo un anno di viaggio i Polo arrivarono alla corte di Qubilai Khan, nipote di Gengis Khan, fondatore dell’impero mongolo.

Il Gran Khan accolse i due fratelli Polo con tutti gli onori e fece loro molte domande sull’Europa. Diede loro una piastra d’oro che doveva servire da salvacondotto per il viaggio di ritorno e affidò loro una lettera per il papa in cui lo pregava di mandargli “cento uomini savi, esperti nella religione cristiana, sapienti nelle sette arti”* per convertire la popolazione.

Marco, che era nato a Venezia, aveva 15 anni quando nel 1269 vide per la prima volta suo padre. Al rientro in paesi “cristiani”, Niccolò e Matteo appresero che papa Clemente IV era morto. Essi attesero un successore, ma quell’interregno, il più lungo della storia, durò tre anni. Dopo due anni, nel 1271, ripartirono alla volta del Gran Khan, portando con sé Marco che aveva 17 anni.

Il viaggio di Marco Polo…
Ad Acri, in Palestina, un alto prelato e uomo politico, Tebaldo Visconti, diede ai Polo lettere per il Gran Khan che spiegavano perché non era possibile soddisfare la sua richiesta di cento savi. Giunti in Asia Minore, i Polo seppero che lo stesso Visconti era stato eletto papa, perciò tornarono da lui ad Acri. Invece di cento savi, il nuovo papa, Gregorio X, mandò solo due frati autorizzati a ordinare sacerdoti e vescovi, e fornì loro le dovute credenziali e doni per il Khan. Il gruppo si rimise in viaggio ma, spaventati dalle guerre che devastavano quelle regioni, ben presto i frati tornarono indietro, mentre i Polo proseguirono.

I tre attraversarono i paesi che corrispondono agli attuali Turchia e Iran e scesero verso il Golfo Persico con l’intenzione di proseguire per mare. Tuttavia, constatando che le imbarcazioni erano malfatte e tenute insieme con delle funi e quindi non in grado di tenere il mare, presero la via di terra. Dirigendosi a nord e a est, superarono le immense zone desertiche, le imponenti catene montuose, gli altipiani verdeggianti e i fertili pascoli dell’Afghanistan e del Pamir prima di arrivare nella città di Kashgar, in quella che oggi è la regione autonoma cinese del Sinkiang Uighur. Quindi seguendo antiche carovaniere a sud del bacino del Tarim e del deserto del Gobi, giunsero a Cambaluc, l’odierna Pechino. L’intero viaggio, reso difficile sia dal tempo inclemente che da un’imprecisata malattia di Marco, richiese tre anni e mezzo.

Per via Marco Polo annota delle cose interessanti: la montagna dell’Armenia su cui si diceva si fosse fermata l’arca di Noè, il presunto luogo di sepoltura dei Magi in Persia, paesi dal freddo intenso e dal buio perenne nell’estremo nord. Nella letteratura occidentale Marco Polo è il primo che menziona il petrolio. Rivela che la “salamandra”, lungi dall’essere la lana di un animale resistente al fuoco, come si credeva, è un minerale (l’amianto) che si estrae nella regione del Sinkiang Uighur. Racconta che sassi neri che bruciano (il carbone) sono così comuni in Cina che ogni giorno si possono fare bagni caldi. Ovunque vada, Marco Polo prende nota di ornamenti, cibi, bevande (in particolare il latte fermentato di cavalla amato dai mongoli), come pure di riti religiosi e magici, mestieri e mercanzie. Interamente nuovo per lui è il denaro cartaceo usato nel reame del Gran Khan.

Marco Polo non esprime mai il suo pensiero, ma riferisce obiettivamente quello che vede o sente. Possiamo solo immaginare cosa provò quando fu attaccato da predoni che catturarono alcuni suoi compagni e ne uccisero altri.

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