Lunga Marcia 2.0

China Time

Lunga Marcia 2.0: in viaggio lungo il tragitto percorso dai fondatori della patria, nella Cina del XXI secolo. Intervista esclusiva al documentarista Sergio Basso.
2016-08-17 10:15:24 cri

Ottantadue anni fa, truppe di operai e contadini cinesi si sono riuniti nella città di Yudu della provincia del Jiangxi per iniziare una Lunga Marcia che ha coperto 11 provincie e regioni autonome (12500km) e che e’ terminata nel nord della Cina nella provincia dello Shan’anxi, ponendo cosi’ le basi per una nuova situazione di riforma della Cina. Oggi, questo magnifico percorso sarà messo in scena dal canale Beijing TV, nella cui troupe di lavoro figura il famoso giovane regista italiano Sergio Basso, che ha girato il celebre documentario Giallo a Milano e che guarda con grande interesse alla comunità cinese in Italia. Questa volta, con il suo amore per la cultura cinese, egli si è recato di nuovo in terra cinese per raccontare a modo suo la nostra storia indimenticabile. Ecco di seguito la nostra intervista esclusiva concessa dal Signor Basso.
Anzitutto, potrebbe presentarci il suo documentario sulla Lunga Marcia in Cina? Di cosa parla, quali sono gli elementi fondamentali, e da quale punto di vista racconta questa storia. Inoltre vorremmo sapere in quanti episodi è suddiviso, in quali Paesi intendete distribuirlo e se c’è una collaborazione con la Cina per la produzione.

Il mio documentario parla dell’eredità della Lunga Marcia nella Cina di oggi. Un dato che mi ha sempre colpito della Lunga Marcia è l’età media dei soldati che si sacrificarono per costruire un mondo migliore, era di 23 anni. Il generale più anziano, considerato un Matusalemme, ne aveva 40. E’ una cosa che mi ha sempre fatto sorridere, io adesso ho appunto 41 anni e mi identifico con i vecchi dell’esercito. E, quindi, siamo andati in giro per la Cina, in una sorta di pellegrinaggio civile, in giro per la nazione per i luoghi della Lunga Marcia, cercando oggi cos’è rimasto di quel senso di abnegazione, quella disponibilità al sacrificio dei giovani di allora e a che cosa è servito; quindi, che stimoli ha lasciato, uno stimolo a migliorarsi, a lottare, a “chiku” (a mangiare amaro). Quindi è, contemporaneamente, sia un documentario sul passato, sia sullo stato dell’arte della gioventù, oggi, in Cina. E, dato che come tema ha la gioventù, parla anche di futuro, di sogni, di ambizioni. E’ un film documentario per il cinema che andrà in onda anche in televisione, a fine ottobre, e verrà distribuito poi in Europa, prima al cinema e poi in televisione. La produzione è cinese: il documentario è stato girato in cinese, con troupe cinese, parlando in cinese. Il film nasce dalla collaborazione tra Beijing TV, A&DAY Media – una casa di produzione collocata a Pechino – e gli In Thinker Studio– che è una società italiana di creativi che vogliono parlare di Cina, costituita da Andrea Cicini, gli stessi che hanno messo in contatto Tornatore con il gruppo Alibaba.

Sotto quale lente leggere la Lunga Marcia? Come la presenterà?

Abbiamo seguito due studenti, che parlano cinese ma non sono completamente cinesi. Il maschio della coppia è sino-britannico, di padre britannico e di madre cinese. Parla mandarino cinese, vive tra Pechino ed Edimburgo, in Scozia, ed è assieme a una ragazza francese che ha fatto il liceo a Pechino e che quindi parla anche lei mandarino cinese. Entrambi sono rimasti colpiti da una lezione universitaria sulla Lunga Marcia, su questo spirito di sacrificio, di abnegazione, di costruzione di un mondo futuro, uno spirito portato avanti da giovani loro coetanei e, quindi, hanno sentito il bisogno di rifare la Lunga Marcia, non a piedi ma in motocicletta, per andare a vedere i luoghi e parlare con le persone. Sono anche riusciti a trovare un paio di testimoni oculari, che oggi hanno 95 anni, che erano dei quattordicenni, quindicenni all’epoca della Lunga Marcia. Il film è il racconto del viaggio di due ragazzi di ventidue anni in motocicletta in giro per il percorso della Lunga Marcia che incontrano i loro coetanei oggi e parlano di quanto è successo ottant’anni fa.

Da quando è iniziato questo progetto? Qual è il “modus operandi” del documentario e in che modo sarà presentato?

Il progetto è iniziato dal dicembre nel 2015. Ho iniziato a fare i sopralluoghi con la troupe di Beijing Tv, in giro per il Guizhou e lo Yunnan e poi ho proseguito, in aprile, per il Sichuan e poi fino a Yan’an. E poi, a maggio e giugno, siamo tornati a girare nei luoghi dove ho fatto i sopralluoghi e adesso stiamo montando. Abbiamo moltissime ore di girato, che è un privilegio, ma anche un po’ un imbarazzo, nel senso che è difficile scegliere cosa raccontare. Uno vorrebbe riuscire a coinvolgere lo spettatore, dato che è un film prodotto in Cina per il pubblico cinese, ma con la speranza di raccontare questa storia magnifica anche al pubblico italiano ed europeo, o più in generale occidentale. Quindi, la volontà è quella di coinvolgere il pubblico nei magnifici paesaggi, nei magnifici volti, nelle bellissime persone che abbiamo incontrato. Rendere ragione della profondità di tutti i personaggi e di tutti i panorami, di cui ci siamo imbibiti gli occhi, non è facile. E’ una grande sfida.

Ci sono state delle esperienze o storie che l’hanno interessata o colpita maggiormente? Ha trovato qualche nuova storia o un nuovo punto di vista da cui analizzare la Lunga Marcia?

Mi sono piaciuti tutti personaggi che ho incontrato. Ho la più grande ammirazione per la resistenza spirituale dei cinesi. E’ un popolo con una grandissima capacità di sopportazione della fatica, in nome della costruzione di un futuro migliore per la generazione successiva. E’ un movimento dello spirito, per così dire, un’attitudine meravigliosa, assolutamente non egoista. E’ sempre più rara in Europa. Ogni volta che sono in Cina per la mia vita, per il lavoro, è sempre una grande gioia venire in contatto con questa solidarietà. Tra i personaggi, ad esempio, che hanno incarnato ai miei occhi di più questo sentimento vi è un maestro elementare nel Guizhou, a cinque ore di macchina da Tongyi, in un posto che si chiama Huangsheshan. Veramente irraggiungibile. D’inverno è molto difficile arrivarci. E lui che è di Tongyi, ha accettato il trasferimento in un posto che è a 150 km da sua moglie, quindi la vede ogni due settimane o una volta al mese. Si è portato dietro suo figlio, con cui vive, e questo per insegnare ai figli dei contadini della zona e per portare avanti la scuola elementare della zona. Ha un rapporto bellissimo con i bambini e ci ha parlato di quello che lui ritiene essere lo scopo di essere un insegnante: di insegnare, di formare una generazione successiva, di coltivare i sogni nei bambini, la capacità di sognare il futuro. Mi ha molto colpito, ha colpito tutti questa persona. La troupe, me ed anche i protagonisti del film, Benedict e Margot.

Lei ha studiato Lingue Orientali all’Università e sappiamo che ama molto la cultura cinese. Si è interessato alla comunità cinese e ai cinesi in Italia, come ad esempio nel suo documentario “Giallo a Milano” dove si vede una serie di clips che mostrano a 360 gradi un mondo reale e senza pregiudizi nei confronti di cinesi. Questa volta, nell’ambito della II Guerra Mondiale e della guerra in Cina, verrà presentato un altro gruppo di cinesi molto diverso da quello che ha mostrato in precedenza, le avanguardie di quest’era difficile e i fondatori della nuova Cina. Come considera questi personaggi? Quali sono i punti in comune nelle caratteristiche che possiamo osservare in questo gruppo di eroi?

E’ curioso come sono passati ottant’anni, si dice in italiano “il passato è una terra straniera”. Perché sembra di parlare, quasi, di due Cine diverse, di due paesi diversi: la Cina degli anni ’30 e la Cina di oggi. Anche per i giovani non è facile fare i conti con questa eredità. Eppure, ho incontrato tutti giovani che sentono di non riuscire, per quanto vogliano studiare dagli eroi degli anni ’30, ma sentono di non essere all’altezza. Loro riescono, si limitano a rendere felici le persone della loro cerchia. Una ragazza mi ha detto “io sono una persona semplice, non riesco a fare progetti di lungo periodo, non riesco a lottare per un ideale come fecero loro negli anni ’30. Però, mi limito a far si che il mio io di oggi sia un po’ migliore del mio io di ieri e mi basta fare si che siano felici le persone con cui io vengo a contatto”. Quindi c’è il riconoscimento del fatto che non si riesce più a costruire il futuro per 100, 200, 300 mila persone, cioè, per tutta la società. Non c’è più il controllo della felicità futura per tutti, però, c’è il tentativo massimo, estremo di rendere felici le persone attorno a te, di migliorare te stesso. Questo è molto bello.

Lei conosce bene la Cina, avendola visitata molte volte. Potrebbe raccontarci uno dei suoi soggiorni che l’hanno maggiormente influenzata?

Ovviamente mi è rimasta molto impressa la prima volta, era il 1996. Nel 1996, studiai a Capital Normal University. Mi ricordo che giravo Pechino tantissimo con i mezzi pubblici, con qualunque mezzo. Prendevo questi autobus, di linee del metrò ce n’erano solo due – la 1 e la 2, molto più lente di adesso. Stavo a Viale Fuxingmenwai, quindi era abbastanza conveniente prendere i vari filobus che passavano per andare verso Piazza Tian’anmen. Mi ricordo che anche andare allo zoo era un viaggio. Oppure, a me piaceva moltissimo andare all’Accademia di Belle Arti a vedere le mostre dei giovani pittori e mi partiva un’ora di autobus per arrivarci, quindi mi portavo da leggere. Ed è stato bellissimo perché con alcuni studenti internazionali nacquero delle bellissime amicizie – anche con molti cinesi nacquero delle bellissime amicizie – ma mi stupì che l’occasione di venire in Cina fu un momento anche per aprirmi a un cosmopolitismo, perché a Pechino passavano molte nazionalità, forse molte più nazionalità che a Roma. Pechino era una città già molto più aperta, cosmopolita e questo apre la mente. E poi, gli hutong, i templi buddisti, taosti, ricordo gli odori. In particolare, vorrei condividere un aneddoto. Mi ricordo un bambino su un autobus, era settembre, erano iniziate le scuole. Quindi lui andava in prima elementare, questo bambino avrà avuto 6 anni e il fratello maggiore all’incirca 15. Il fratello maggiore gli aveva appena regalato lo Hanyu zidian (dizionario della lingua cinese), quello piccolino, con la copertina marrone, in un pacchetto di carta. Io ero a un metro, due e vedo la scena di questo bambino che non sta nella pelle di ricevere questo regalo, lo apre ed è un dizionario. Uno strumento grazie al quale potrà leggere, potrà accedere alla cultura millenaria cinese. Gli occhi pieni di gioia. In quel momento, il sole tramontò e all’epoca, che ancora non c’era la luce sui mezzi pubblici, tutti i viaggiatori avevano una piccola torcia con sé per poter continuare a leggere. Il fratello maggiore aveva una torcia per permettere al bambino di leggere il dizionario. E mi ricordo questo momento della mamma, con il fratello maggiore che accende una torcia per permettere al fratello minore di continuare a leggere, nella penombra dell’autobus, in questa Pechino di settembre. Ed è un ricordo che mi è sempre rimasto clamorosamente impresso.

Ogni anno a dicembre c’è il Festival Internazionale del Documentario di Guangzhou e l’anno scorso la delegazione italiana è stata Paese ospite. Molti registi hanno portato con loro dei documentari sulla Cina per cercare piattaforme e canali per distribuirli, come anche dei finanziamenti, ma purtroppo pochi produttori sono riusciti a realizzare il loro sogno. Secondo Lei, poiché gli amanti del documentario di solito non sono molti, come si può migliorare la distribuzione di questo tipo di opere?

Non credo che gli amanti del documentario siano pochi, c’è molta fame di documentario in Europa, il problema è la drammaturgia, cioè la forma del racconto. Credo che i registi e produttori italiani si debbano interrogare su come raccontare la Cina, che cosa raccontare e come interagire in maniera creativa e positiva con i co-produttori cinesi. Credo che entrambe le parti abbiano da imparare. Magari i produttori cinesi possono imparare un po’ di creatività all’italiana. Il mondo cinese è, però, un mondo anche molto particolare, è molto difficile entrarci, raccontarlo. Non mi stupisce che un italiano che non sia sinologo possa avere delle difficoltà a fare un documentario, bisognerebbe inoltre considerare caso per caso. Se un regista italiano arriva in Cina e crede di poter proporre l’ennesimo documentario su Matteo Ricci o su Marco Polo… per quanto siano due italiani che hanno interagito con la Cina – sono due giganti, due mastodonti, questo è innegabile – però io sono convinto che ci siano tantissime altre storie che aspettano d’essere raccontate. Mi sembra anche un po’ superficiale voler puntare sempre su questi due eroi. Quindi non mi stupisce che poi ci siano delle difficoltà.

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