Etnia Zang 1.2

Maria Petrossi  
 1.2  Etnia Zang

Segue il post pubblicato in data 11 Settembre 2017

Quando parliamo di Tibet, la mente ci rimanda ai testi sacri del Buddhismo. Non è dato da sapere quando il buddhismo arrivò a queste altitudini, ed ancora oggi la letteratura non ha raggiunto un verdetto unanime a riguardo. Tuttavia si è soliti ritenere che fu la Principessa Tang Wencheng la prima a portare il verbo di Buddha nella regione, dando così vita al lamaismo e ad una forma culturale unica in tutta…

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In Tibet, gli oggetti rituali e gli utensili d’uso quotidiano sono spesso intrisi di significato religioso. Da un punto di vista terreno gli oggetti rituali sono gli strumenti con cui si compiono i riti della fedAltro…

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Maria Petrossi In Tibet i gioielli hanno un forte valore simbolico e tramandano valori culturali e religiosi antichissimi.
Nella tradizione buddhista le gemme e i gioielli servono come metafore per gli ideali della fede ed
esprimono misteriose condizioni spirituali eAltro…

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Etnia Zang

 

La minoranza etnica Zang (anche conosciuti come Tibetani) principalmente vive nello Stato Autonomo del Tibet sulla piana del Tibet, con alcuni raggruppamenti nelle Regioni del Qinghai, del Gansu, del Sichuan e dello Yunnan. Il censo nazionale del 2000 attesta che il numero della popolazione ammonta a 5,416,021.
La lingua Tibetana che appartiene al gruppo Tibeto-Burmano della lingua Sino-Tibetano è diviso in tre dialetti e ha sia forme scritte che parlate.
Storia

Secondo i reperti archeologici i loro predecessori vissero nel delta del Fiume Brahmaputra, i registri storici attestano che gli Zang appartenevano al gruppo Xiqiang durante la Dinastia Han (206 BC – 220). Come la popolazione Han prese il potere con la Dinastia Tang (618 – 907) tra queste due etnie si instaurò una solida relazione di amicizia, che culminò con il matrimonio tra la principessa Wencheng dei Tang e il capo del Tibet Songtsen Gampo. Molti studiosi ritengono che fu la Principessa WenCheng la prima a portare il Buddhismo nel Tibet dove si diffuse rapidamente. Nel XIII sec., i Mongoli fondarono la Dinastia Yuan (1271 – 1368) e iniziarono a esercitare la sovranità del Tibet.
Loro credono nella forma Indiana del Buddhismo Mahayana che gradualmente si è trasformato nella forma distintiva del Buddhismo Tibetano anche chiamato Lamaismo.
Prima del 1955 i caratteri Cinesi erano usati come lingua scritta, ma dal 1957 il sistema di scrittura si basa sull’alfabeto Latino, la conversione è avvenuta con l’aiuto del governo Cinese. L’alfabeto Latino è stato adottato anche nell’editoria, sviluppando una vera e propria lingua autonoma. Nel 1982 la lingua Zhuang fu rivisitata e ora è molto diffusa.

Cultura

Vivono nella famosa piana, hanno sviluppato un unico stile di vita e incomparabili abilità, nel campo delle arti, la calligrafia Tibetana è caratterizzata da rigore e delicatezza per essere idonea alle steli o ai sutra; il Thangka e altri affreschi Buddhisti combinano linee fluenti e colori luminosi, raffigurando figure dalla straordinaria vivacità; la loro architettura, e a testimoniarlo si può considerare il Palazzo Potala e il Tempio Jokhang, è incantevole e brillante; gli Zang sono famosi per la loro espressione dei sentimenti attraverso le canzoni e le danze, molto note sono i passi di danza e le maschere dell’opera Tibetana. La Principessa Wencheng è una delle otto migliori opere del teatro.
L’arena scientifica, la medicina Tibetana, che combina le varie forme della medicina tradizionale Cinese, si dice abbia sviluppato le tecniche dell’agopuntura e del massaggio, il Mentsekhang (Ospedale Tradizionale Tibetano) è la sua culla. Il calendario Tibetano è da citare per le sue caratteristiche e per l’aiuto che servì alla popolazione Zang.

Alimentazione

Solitamente gli Zang si nutrono con tre pasti al giorno, ma durante la stagione della raccolta, aumentano fino a quattro, cinque e più pasti. Gli elementi principale sono il tsamba, il tè al burro di yak, di montoni e di manzo. Il Tsamba proviene dal grano dell’altopiano (Qingke) che è comodo da portare con sé e gustare in ogni momento, ed è per questo che in giro si vedono molte buste piene di tsamba. Per quanto riguarda le bevande, essi preferiscono il chang, un tipo di vino anch’esso prodotto dal Qingke, e il tè al latte. Il coltello Tibetano è affilato e sottile, spesso usato per tagliare la carne.
La colazione è semplice, spesso consiste nel pane al vapore, invece il pane e la cena sono spesso molto sontuosi. Molto rinomato è il maiale Pipa marinato che è molto apprezzato da molti anni.

Abbigliamento

In generale gli uomini Zang indossano una treccia sulla testa mentre le donne la indossano sulle spalle, tutti portano una toga a maniche lunghe. Quando ballano le maniche sembrano delle ali che si muovono nell’aria. I monaci indossano tonache di vari colori che riprendono quelli delle sette del Buddhismo Tibetano.

Festività
Capodanno Tibetano
La festa più importante del calendario è il primo giorno del Capodanno Tibetano, durante questo giorno puliscono la propria stanza, dipingono i vari simboli di buon auspicio e si salutano calorosamente in mattina, il quindicesimo giorno celebrano la festa della Lampada di Burro. Un’altra festività è nominata Saka Dawa che cade il quindicesimo giorno del quarto mese e celebra la nascita di Sakyamuni e l’arrivo della Principessa Wencheng; questa festività coinvolte innumerevoli attività. Durante la Festa Shoton, il primo giorno del settimo mese Tibetano, si prendono le pentole e i biscotti per gustare il tè, lo yogurt il tè al burro di yak. Anche la Festa della Grande Preghiera è molto importante, se si è ospiti in Tibet, gli Zang faranno dono dell’’hada’, una sorta di fiocco bianco che rappresenta il loro caloroso cuore.

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Etnia mosuo 

Maria Petrossi

Qui è infatti stanziata una delle rare comunità matriarcali del mondo, quella del popolo Mosuo (anche detti Na), all’interno della quale vigono regole e tradizioni che nel resto del mondo apparirebbero inaccettabili. Ecco alcune curiosità su di essa.

Quella dei Mosuo è un’etnia di piccole dimensioni, composta da circa 50 mila persone stanziate principalmente nell’area attorno al Lago Lugu

Le definizioni ‘matrilineare’ e ‘matriarcale’ si adattano solo in parte a indicare l’assetto sociale dei Mosuo: sebbene in questa etnia siano le donne a guidare la famiglia e l’eredità è effettivamente matrilineare, dire che gli uomini non giocano nessun ruolo di rilievo all’interno della comunità (come a volte avviene) non è corretto. Facciamo l’esempio del matrimonio e della prole: una delle caratteristiche principali dei Mosuo è la tradizione del ‘zou hun’, ossia del “matrimonio mobile”. Quando una donna prova interesse nei confronti di un uomo può concedergli il permesso di recarsi da lei in visita notturna. All’alba, però, l’uomo dovrà tornare sotto il tetto della propria famiglia di origine. Se da quell’incontro nascerà un bambino, questo verrà cresciuto dalla famiglia della donna e il padre biologico non avrà alcuna responsabilità né pretesa sulla sua educazione. A fargli da guida e da modello maschile saranno gli zii materni. Essi, inoltre, sono incaricati delle decisioni politiche che interessano la comunità.

Un’etnia antropologicamente unica.

Lo stile di vita dei Mosuo è stato oggetto di numerosissimi studi antropologici in quanto mette in discussione alcuni dei capisaldi su cui si basano le società di cultura occidentale e la stessa tradizione cinese.
Il loro modo di concepire la famiglia e soprattutto la libertà sessuale dei Mosuo, non solo non combacia con l’idea di matrimonio monogamico inteso come istituzione universale, ma sembra mettere in discussione la credenza che il benessere della prole dipenda dalla qualità e dalla stabilità dell’unione dei suoi genitori e che quando essi hanno relazioni extraconiugali e storie di breve durata, questo vada a minacciare il sano sviluppo emotivo dei figli.
In ogni caso, la libertà di scelta che hanno le donne Mosuo non va intesa come una promiscuità generale: anche se non vivono sotto allo stesso tetto non è insolito per una di loro avere rapporti sessuali solo con un uomo durante l’arco della vita: si tratta di una scelta personale.
In sostanza, il fatto che i Mosuo concepiscano la sessualità e le relazioni amorose come qualcosa di separato dalla vita domestica, dalla genitorialità, dall’educazione e dalla situazione economica non significa che poi essi non siano in grado di crescere dei bambini sani (in tutti i sensi). Il supporto che la famiglia allargata fornisce a tutti i suoi membri, infatti, è tale da garantire il benessere di tutti.
Un fatto interessante riguardo alla diffusione delle pratiche Mosuo è che la loro organizzazione sociale sembra sia stata favorita dalla classe nobiliare di stampo feudale che qui regnava in passato: è stato suggerito infatti che il sistema matriarcale delle classi di rango più basso possa essere stato applicato dai nobili stessi come mezzo per neutralizzare le minacce al loro potere.

Cliccando sulle foto potrete approfondire alcune notizie di questa particolare etnia!

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Etnia mosuo

Nel sud-ovest estremo della Cina, in un’area a cavallo fra le provincie dello Yunnan e del Sichuan, vive una popolazione che nel tempo è stata soprannominata ‘Il regno delle donne’.
Qui è infatti stanziata una delle rare comunità matriarcali del mondo, quella del popolo Mosuo (anche detti Na), all’interno della quale vigono regole e tradizioni che nel resto del mondo apparirebbero inaccettabili. Ecco alcune curiosità su di essa.

Quella dei Mosuo è un’etnia di piccole dimensioni, composta da circa 50 mila persone stanziate principalmente nell’area attorno al Lago Lugu

Le definizioni ‘matrilineare’ e ‘matriarcale’ si adattano solo in parte a indicare l’assetto sociale dei Mosuo: sebbene in questa etnia siano le donne a guidare la famiglia e l’eredità è effettivamente matrilineare, dire che gli uomini non giocano nessun ruolo di rilievo all’interno della comunità (come a volte avviene) non è corretto. Facciamo l’esempio del matrimonio e della prole: una delle caratteristiche principali dei Mosuo è la tradizione del ‘zou hun’, ossia del “matrimonio mobile”. Quando una donna prova interesse nei confronti di un uomo può concedergli il permesso di recarsi da lei in visita notturna. All’alba, però, l’uomo dovrà tornare sotto il tetto della propria famiglia di origine. Se da quell’incontro nascerà un bambino, questo verrà cresciuto dalla famiglia della donna e il padre biologico non avrà alcuna responsabilità né pretesa sulla sua educazione. A fargli da guida e da modello maschile saranno gli zii materni. Essi, inoltre, sono incaricati delle decisioni politiche che interessano la comunità.

Un’etnia antropologicamente unica.

Lo stile di vita dei Mosuo è stato oggetto di numerosissimi studi antropologici in quanto mette in discussione alcuni dei capisaldi su cui si basano le società di cultura occidentale e la stessa tradizione cinese.
Il loro modo di concepire la famiglia e soprattutto la libertà sessuale dei Mosuo, non solo non combacia con l’idea di matrimonio monogamico inteso come istituzione universale, ma sembra mettere in discussione la credenza che il benessere della prole dipenda dalla qualità e dalla stabilità dell’unione dei suoi genitori e che quando essi hanno relazioni extraconiugali e storie di breve durata, questo vada a minacciare il sano sviluppo emotivo dei figli.
In ogni caso, la libertà di scelta che hanno le donne Mosuo non va intesa come una promiscuità generale: anche se non vivono sotto allo stesso tetto non è insolito per una di loro avere rapporti sessuali solo con un uomo durante l’arco della vita: si tratta di una scelta personale.
In sostanza, il fatto che i Mosuo concepiscano la sessualità e le relazioni amorose come qualcosa di separato dalla vita domestica, dalla genitorialità, dall’educazione e dalla situazione economica non significa che poi essi non siano in grado di crescere dei bambini sani (in tutti i sensi). Il supporto che la famiglia allargata fornisce a tutti i suoi membri, infatti, è tale da garantire il benessere di tutti.
Un fatto interessante riguardo alla diffusione delle pratiche Mosuo è che la loro organizzazione sociale sembra sia stata favorita dalla classe nobiliare di stampo feudale che qui regnava in passato: è stato suggerito infatti che il sistema matriarcale delle classi di rango più basso possa essere stato applicato dai nobili stessi come mezzo per neutralizzare le minacce al loro potere.

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She

Un’altra affascinante passeggiata tra le numerose etnie cinesi, ci porta a conoscere il popolo She.

She (popolo)
Gli She (in cinese semplificato: 畲族; in cinese tradizionale 畲族;in Pinyin: Shē zú; codice SH; popolazione 709.592) sono un gruppo etnico facente parte dei 56 gruppi etnici riconosciuti ufficialmente dalla Repubblica Popolare Cinese. La popolazione She conta circa 700.000 persone, quasi tutte stanziate nelle province cinesi di Fujian (dove sono la mino…

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To She People, March 3rd is a big day which is as important as the Spring Festival. They celebrate the day as “Wufan Festival” (乌饭节) and “Duige Festival” (对歌节) when every family cooks and eats wufan (tasty sticky rice colored by a kind of plants into dark blue or black) and people sing in antiphonal style, perform traditional She dances.Visualizza traduzione
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Il popolo Bai

 

Curiosando tra le numerose etnie che abitano la grande Cina, incontriamo oggi il popolo Bai.

I bai (‪白族‬S, bái zúP) sono un gruppo etnico facente parte dei 56 gruppi etnici riconosciuti ufficialmente dalla Repubblica popolare cinese. Nel 2000 si attestavano a 1.858.063 persone.
Vivono principalmente nelle province dello Yunnan (prefettura autonoma bai di Dali), del Guizhou (area di Bijie) e dell’Hunan (area di Sangzhi).
Circa 1.240.000 Bai (2003) parlano la loro lingua nativa (lingua bai), in tutte le sue sfumature dialettali. La lingua fa parte della famiglia tibeto-birmana. I codici SIL per il Bai sono BCA, BFC e BFS.
Durante le dinastie cinesi Han e Jin, i bai erano conosciuti con il nome di kunming. In seguito furono usati, in successione, i termini heman, baiman e bairen. Il nome bai è stato ufficializzato dal governo cinese (bai significa “bianco” in cinese).
L’economia di questo popolo si basa quasi esclusivamente sull’agricoltura (tabacco e canna da zucchero) e sulla pesca. Sono principalmente buddhisti tibetani ed adorano una divinità chiamata Benzhu.

Il popolo Bai è uno dei 25 gruppi di minoranze nella Regione dello Yunnan,hanno un’antica storia molto interessante, sono maggiormente concentrati a Dali e nella piccola città di Xizhou (il nome significa “città felice”). Ora è una quiete città che conta una popolazione di circa 32,000 abitanti. Si trova a 18 kilometri a nord dall’antica città di Dali ed è circondata da coltivazioni di riso. La città di Xizhou è molto famosa per le dimore Bai tradizionali, molte volte ha ricoperto un ruolo di importanza storica per la Cina. Durante molti secoli è stato un vero paradiso per gli intellettuali Cinesi, qui si trova una università di estrema importanza ed è stato rifugio durante l’invasione Giapponese. Prima del 1949, Xizhou fu il principale centro del commercio Bai e molte famiglie vivevano nella ricchezza. Il miglior esempio dell’architettura Bai eretta durante la Dinastia Qing si può vedere proprio qui. Xizhou enumera circa 200 case private dell’epoca della Dinastia Qing considerate come patrimonio nazionale, le case sono fra i migliori esempi dell’architettura di questa dinastia in tutta la Cina e sono squisitamente dettagliate, visitando la piccola città si può comprendere meglio la storia di questo popolo ingegnoso e apprezzarne l’importanza culturale che ha avuto nel corso di tutta la storia Cinese.
Un motivo per cui l’architettura presente in questa città è ben conservata è da ricondurre al fatto che non fu invasa durante l’incursione Giapponese, era infatti considerata la fortezza Nazionalista del sudovest Cinese, era perfino presente una stazione radar Americana che ancora adesso può essere avvistata. Il benessere delle famiglie che vi vivevano si può riscontrare nell’attenzione per i dettagli architettonici e per l’opera di manutenzione delle loro case. Gli architetti di Xizhou furono estremamente famosi e viaggiarono fino in Vietnam, a Myanmar e per tutto il sudovest Cinese per costruire e decorare case.
Le famiglie Bai facevano commercio in tutta la Cina e costruirono le loro dimore in modo ricco ma raffinato, con decorazioni abbondanti. Il popolo Bai si sforzò di preservare le proprie dimore e tradizione, durante la Rivoluzione Culturale, perfino una guarnigione dell’esercito protesse questa città. Oggi la maggior parte delle famiglie Bai continua a vivere nelle dimore che sono considerate patrimonio nazionale, ma alcune delle case sono aperte al pubblico, una delle dimore più importanti è quella della famiglia Yan.

Usanze e tradizioni

I Bai sono famosi per la loro bravura nella tessitura e ricamo. Nello Yunnan, la tecnica di tessitura e ricamo ha una storia di 2000-3000 anni.
I fiori costituiscono il motivo principale dei ricami dei Bai della zona di Dali, e compaiono su foulard, cinture, bretelle, nastri dei cappelli di paglia e tomaie delle scarpe. Di solito le ragazze portano sul capo ornamenti bianchi tipo nappe; se si allacciano i capelli con nastri rossi, significa che non sono ancora sposate. Di solito indossano giacche color porpora con bottoni argentati su camicie azzurre, e gonne semplici, con solo la cintura ricamata.

“Portare a spalle la sposa” è uno dei costumi più popolari delle aree abitate dai Bai. Giunti ad un incrocio, alla biforcazione di una strada o in un posto affollato, il corteo degli sposi deve fermarsi, la dote è suddivisa in due mucchi e lo sposo deve portare la sposa a spalle, girando intorno ai due mucchi sulla traccia del numero “8”.
Per quanto riguarda l’alimentazione, i Bai delle pianure amano il riso e il grano, mentre quelli delle montagne consumano principalmente mais e grano saraceno, tutti cotti al vapore. I Bai amano la carne di maiale, con la quale preparano diverse specialità. Inoltre sanno realizzare della buona carne salata, prosciutto e salsicce. D’inverno un pentolone di zuppa di carne di manzo, con l’aggiunta di rape e porri, è il piatto preferito dai Bai, che per lo più bevono vino a base di erbe medicinali.

Il tè è una passione dei Bai, che di solito lo consumano due volte al giorno. Il tè mattutino, chiamato anche “tè del risveglio”, è consumato dagli adulti subito dopo essersi alzati dal letto, mentre il tè al latte di mezzogiorno, chiamato anche “tè del riposo” o “tè dissetante”, è consumato sia dagli adulti che dai bambini. Inoltre gli ospitali Bai offrono agli ospiti le famose “tre tazze di tè”, il rito più solenne dell’etnia. La sua caratteristica è che la prima tazza è di gusto amaro, la seconda dolce, mentre della terza il sapore rimane a lungo in bocca.

La popolazione Bai è rinomata per la sua creatività artistica. Spiccano soprattutto nell’architettura, nella scultura, nella pittura, nella musica e in molte altre forme artistiche che richiedono la produzione di oggetti in lacca. La grande Albero Pagoda a Dali, eretta durante la Dinastia Tang (618-907), e la Piccola Pagoda dell’Oca Selvatica di Xian sono degli ottimi esempi della creatività e abilità Bai. Inoltre, la loro musica e le loro danze si sono diffuse felicemente fra l’etnia Han dopo essere state accettate come intrattenimento della corte. Durante le Dinastie Yuan (1271-1368) e Ming (1368–1644) la maggior parte degli artigiani dell’oggettisca in lacca furono selezionati tra la popolazione della Regione dello Yunnan.
I Bai preferiscono gli abiti bianchi con varie decorazioni, in Cinese Bianco viene appunto pronunciato ‘Bai’, forse è proprio da questa parola che deriva il loro nome. Le donne di Dali indossano tradizionalmente un manto bianco adornato con un colletto nero o porpora, dei pantaloni larghi blu, delle scarpe ricamate, braccialetti d’argento e degli orecchini.
Religione
Sebbene i Bai credano nel Buddhismo, loro adorano anche la divinità del proprio villaggio (‘Benzhu’), la divinità della Natura, il Principe del regime Nanzhao, ed anche un eroe popolare.

Festività
La più importante festività dei Bai è la Fiera di Marzo organizzato ogni anno ai piedi del Monte Cangshan a Dali tra il quindicesimo e il ventesimo giorno del terzo mese lunare, originariamente si intrattenevano attività religiose per riunirsi e dare omaggio, ma gradualmente si è trasformata in una fiera che include spettacoli di sport tradizionali, danze e il commercio di merci che provengono da diverse regioni. Un’altra importante festività è la Festa della Torcia che si tiene il XXV giorno del sesto mese lunare per augurare sia il benessere fisico che un buon raccolto, a sera, la periferia è decorata con tavole inscritte di parole che augurano il buon auspicio. Gli abitanti accenderanno le fiaccole davanti le proprie porte e poi camminano tra i campi con ancora più fiaccole per catturare gli insetti.

A Dali vive il popolo dei Bai, che si dedica alla pesca, alla lavorazione del marmo e alla creazione di oggetti artigianali come tovaglie, borse e costumi tradizionali, tutti realizzati in canapa grezza e tinti del tipico colore blu, ricavato dal succo di un’erba particolare chiamata “Banlangen”. Un tempo Dali, il cui nome significa appunto “marmo”, è stata fulcro importantissimo dell’ antica “Via del Tè e dei Cavalli”, pendice della Via della Seta, che collegava la regione dello Yunnan al Buthan, al Nepal, al Sikkim e all’India. Durante la Dinastia Tang, l’epoca di maggiore apertura alla religione buddista, questa città era chiamata “Terra di Buddha” e ancora oggi la sua fede è una mescolanza di religione indiana, tibetana, cultura tribale Bai, taoismo e sciamanismo. Dell’epoca Tang rimangono molti templi e le tre pagode color avorio che sorgono nel cuore della città vecchia e che si specchiano nell’enorme lago salato Erhai.
Il lago è di origine marina e ha la forma di un orecchio; ogni giorno i pescatori, spostandosi con giunche di bambù, pescano carpe fresche e gamberi servendosi dei cormorani. Le campagne verdissime sono disseminate delle tipiche fattorie e delle locande per turisti: tutti cottage bianchi e solidi, con tetti ricurvi di pietra, portoni di legno intarsiato con motivi di draghi e di fenici, e, appesi alle pareti, tanti azulejos di ceramica colorata raffiguranti paesaggi naif di monti e fiumi. I cortili interni alle abitazioni, di forma quadrata e decorati con vasi di camelie, piante grasse e alti ficus, sono caratteristici luoghi di ritrovo per scambiare due chiacchiere e improvvisare concerti di musica con strumenti tradizionali a corda. Su di essi si affacciano tutte le stanze della casa, disposte su due piani e collegate da scale strette e ripide che conducono ai ballatoi di legno laccato.
I Bai sono un popolo elegante, ospitale e discreto. Amano molto il bianco, colore dominante che caratterizza i costumi, i turbanti e le mura delle case. Il costume tipico delle ragazze giovani in età da marito ha dei ricami preziosi e un grembiulino rosso o rosa, mentre quello delle donne sposate e anziane è blu o verde. Il cappello è sempre bianco, perché simboleggia la neve perenne sul monte Cangshan; ha tante azalee rosse ricamate e specchietti tondi e lucidi inseriti nel tessuto, che riflettono una luce argentata e rappresentano la luna che di notte si specchia nel grande lago salato. Il cappello delle giovani ha inserita nel cappello una lunga criniera di fili bianchi di seta, che cade dolcemente sulla spalla e indica a tutti il loro nubilato.
Oltre alla luna, i Bai venerano la farfalla. Questo insetto è il simbolo dell’amore e del romanticismo; di solito le ragazze ricamano un centrino di pizzo con motivi di farfalle e lo regalano al fidanzato. La famosa Fonte delle Farfalle è meta turistica e luogo di ritrovo di tutti gli innamorati della zona, che, vicino all’acqua, esprimono desideri gettando sassolini nella fonte. Se la ragazza pensa all’amato e lancia il sasso nella direzione giusta, il giovane le si avvicinerà, ma, se sbaglia a lanciarlo, potrebbe avvicinarsi all’improvviso un altro ragazzo! Il nome tipico delle ragazze è Jinhua o “Fiore d’Oro” , in ricordo di una bellissima principessa che, insieme al suo sposo, fondò il glorioso impero di Nanzhao o Regno del Sud, contemporaneo alla dinastia cinese Tang e all’alto Medioevo europeo. I ragazzi si chiamano quasi tutti Ah Peng, oppure Chuga, che significa “forte”.
Visitando una fattoria Bai si nota subito l’ospitalità dei contadini. Durante un rituale molto accurato, i padroni di casa offrono all’ospite tre tazze di tè, che simboleggiano le tre età della vita. Sono preparate e offerte nel giusto ordine e rifiutarne una è indice di maleducazione. La prima tazza contiene tè verde amaro e intenso, e rappresenta la giovinezza, caratterizzata da stenti, fatiche e duro lavoro; la seconda contiene tè rosso pregiato, con aggiunta di latte, zucchero di canna, scaglie di mandorle e, a volte, di formaggio: ha un gusto dolciastro come la mezza età, il periodo di maggiore benessere e agiatezza. La terza tazza è tè allo zenzero e rappresenta la vecchiaia; il sapore dello zenzero, pungente e aromatico, rimane a lungo nel palato, come un’ombra delicata di nostalgia. I Bai sostengono che, bevendo questo tè dal gusto insolito, i ricordi del passato affiorino alla mente come le ninfee sulle acque del Lago Erhai. Si possono assaggiare le tre tazze di tè anche sul battello che dalla spiaggia porta alle piccole isole in mezzo al lago, su cui sorgono graziosi templi buddisti. Quando si approda su un’isola, i pescatori del luogo offrono ai turisti cartocci colmi di gamberetti fritti.
La cucina Bai si basa soprattutto sul riso e sul pesce fresco del lago, ma anche sulla carne di pollo e di maiale. La carpa viene prima saltata nel wok e poi cotta in una terrina di coccio insieme a tofu, carote, cavolo e formaggio di capra. Anche la terrina di maiale, pollo e prosciutto salato è deliziosa con l’aggiunta di funghi saporiti e di petali di magnolia. A Dali ci sono tantissime specialità gastronomiche, tra cui le nuvole di drago fatte con farina di piselli, le cavallette fritte, le fettuccine di riso fredde e condite con salsa agro piccante e i sottili e croccanti ventagli di formaggio , tipici di questa zona, e introvabili in altre province della Cina.
La festa più importante dei Bai è la fiera di marzo, anche chiamata “Festa di Guanyin”, durante la quale si ringrazia la divinità femminile protettrice della famiglia e del raccolto. Cade il quindicesimo giorno del terzo mese del calendario lunare e coincide con la prima decade di aprile. In questi giorni si svolge un grande mercato: artigiani e contadini del luogo espongono tantissimi prodotti tipici come piante ed erbe medicinali, funghi, pelli di animali, statuette di terracotta, tessuti variopinti, batik, scarpe di stoffa ricamata, sandali di paglia intrecciata, spezie, bacche saporite, snack piccanti e succulenti. Ci sono canti e balli tradizionali, musiche di tamburelli, ocarine, mandolini a tre corde e flauti ricavati da zucche svuotate e lasciate seccare al sole… e poi si può assistere all’opera folcloristica, a recite teatrali con animali fatti di bambù e di cartapesta, a sfilate di vecchietti che saltano e ballano impugnando grandi ventagli di carta di riso. È un’occasione per stare insieme e fare nuove conoscenze. In particolar modo gli anziani vedovi approfittano di questo evento per andare alla ricerca del primo amore, con l’intenzione di rivivere il rapporto e risposarsi presto.L'immagine può contenere: 3 persone, persone che sorridono, persone in piedi e bambino